Aspettare
la parità
uomo-donna: dal sessismo alla libertà per tutte e per tutti
di Rosanna
Oliva
Intervento
di Irene
Giacobbe
Intervento
di Angela
Scarparo
Giovedì 14 settembre
2006
Piazza del Popolo dalle 10,30 alle 19,30
La tappa romana di Europan
Truck Tour For Diversity - Against Discrimination per
una campagna di sensibilizzazione contro le principali discriminazioni
e in particolare per sensibilizzare i datori di lavoro circa i loro
obblighi.
Sessismo: tendenza a valutare la capacità o
l’abilità delle persone in base al sesso ovvero ad
attuare una discriminazione sessuale (Devoto-Oli)
“Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”
Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio c XVI, v. 97
Aspettare una società solidale che valorizzi le diversità
Questa estate sarà ricordata perché segnata in Italia da tragici
episodi di violenza contro le donne, (raccolti dai mass media in particolare
per esasperare i problemi derivanti dal contatto tra persone con culture diverse).
Ma anche per il gesto eroico di Iris, la baby sitter honduregna morta per
salvare la bambina a lei affidata.
La sua storia ha richiamato l’attenzione sulle tante migranti che vivono
nel limbo di un’illegalità immeritata e che a Roma, una delle
poche città in Italia che prevedono rappresentanti dei migranti nel
Consiglio comunale e nei Municipi, non avranno il diritto di votare alle
prossime elezioni.
E al voto non parteciperanno anche tante donne che potrebbero esercitarlo
e potrebbero degnamente essere elette, emarginate a causa della loro appartenenza
al genere femminile.
In attesa del 2007, “Anno europeo per le pari opportunità",
la Giornata europea per le diversità-contro le discriminazioni, organizzata
a Roma, deve riconoscere come tema centrale la “differenza di genere”,
a partire dalla quale sarà possibile affrontare anche tutte le altre
discriminazioni, in nome di una civile convivenza che, come recita la decisione
che designa il 2007 Anno europeo per le pari opportunità per tutti, “porti
ad una società più solidale, capace di valorizzare la diversità e
in cui tutti abbiano pari opportunità.” .
La “differenza di genere” appare certo come la più importante
e significativa, anche perché riguarda tutte le cittadine e tutti
i cittadini, separati e troppo spesso contrapposti, nei loro diritti-doveri,
in due diverse metà. Essa ha inoltre ispirato -nel secolo appena trascorso-
una rivoluzione sociale e culturale, che ancora aspetta di essere pienamente
realizzata mediante la presenza paritaria di uomini e donne nei luoghi decisionali
e l’effettiva parità nel mondo del lavoro, per arrivare alla
libertà delle donne e al riconoscimento della loro piena cittadinanza,
che non esiste finché permane la violenza contro le donne.
Noi donne apparteniamo alle polis, alle città del mondo,
ma nel mondo il nostro sesso è sfigurato, non riconosciuto, i nostri
corpi spesso, troppo spesso, sottoposti alla violenza.
Una violenza purtroppo troppo spesso collegata a forme di amore possessivo
e folle, basti pensare alla morte ieri della ragazza di Parma, uccisa dal
suo ex fidanzato.
Una violenza che nega la solidarietà.
Ad oggi il genere femminile dichiara, come emerso dal confronto alla Casa
delle donne, che lo stupro, il “femminicidio “è delitto
politico: è il delitto contro la polis, contro il principio
di cittadinanza.
Cittadinanza significa “appartenenza”, “riconoscimento” di
una radice comune.
Noi donne però non siamo le vittime, siamo la coscienza della società umana:
la violenza sessuale è l’attentato mortale a tale coscienza,
alla nostra forte consapevolezza della dualità su cui si
basa la vita cosciente dell’umanità.
Il maschile e il femminile: due elementi, due complementi nel colloquio sociale;
la negazione maschile violenta del patto di natura è la negazione
del principio di solidarietà, a meno che insieme, uomini e donne,
in un clima di vera solidarietà non ce ne facciamo carico.
Aspettare una democrazia laica e paritaria
Noi donne siamo le protagoniste della rivoluzione che nel Novecento
non ha portato soltanto alla lotta per la liberazione delle donne, ma ha
messo in luce le discriminazioni e le penalizzazioni derivanti dalle differenze,
quelle enumerate dall’articolo 3 della nostra Costituzione e che sono
all’attenzione dell’Europa dei Venticinque.
Oggi le democrazie sono in crisi: si parla di un’involuzione che ha
trasformato l’elezione da “scelta democratica da parte dei cittadini
dei loro rappresentanti” in una sorta di “legittimazione” di
chi già detiene il potere.
Questo impone a noi donne una nuova fase di attività, anche a partire
dai fallimenti.
Si pensi, per esempio, alla recente penosa vicenda dell’approvazione
da parte del Parlamento italiano, nella scorsa Legislatura, di una riforma
elettorale sciagurata per tanti aspetti e nella quale non c’è stato
posto per norme di garanzia della "rappresentanza di genere".
Un risultato mancato, ma che ha portato per la prima volta a lavorare insieme
le donne di ogni età: femministe storiche, comprese le separatiste,
giovani che hanno frequentato i corsi nelle Università per la promozione
delle pari opportunità uomo-donna e donne impegnate nei partiti e
nelle istituzioni.
In seguito il movimento più vasto di donne che n’è nato
si è impegnato nel referendum sulla riforma della Costituzione, concluso
questa volta con la vittoria delle cittadine e dei cittadini: ciò ha
contribuito anche a diffondere la consapevolezza di quanto il diritto, le
norme possano influire sulla vita di tutte e di tutti.
E’ vero che il sessismo, o meglio il maschilismo, dalla società si
riverbera sull’ordinamento, ma questo deve portare le donne, insieme
con gli uomini, a chiedere una vera democrazia, che non può che essere
paritaria.
Una consapevolezza che ha caratterizzato l’impegno di tante donne e
tanti uomini, per una democrazia laica. Una democrazia nella quale i principi
della laicità e della libertà religiosa, comprensivi del rispetto
dell'ateismo e dell'agnosticismo e del principio di eguaglianza delle cittadine
e dei cittadini, siano non solo enunciati ma arrivino a influire sulla società e
a rimuovere le cause che ancora adesso, a volte in nome di Dio, causano violenza
e sopraffazione.
La laicità va ben oltre il rispetto di tutte le religioni, non si
limita ad auspicare il dialogo tra laici e cattolici: come se chi è religioso
non potesse e dovesse credere e battersi per uno Stato laico, cosa non solo
inesatta, ma pericolosa in questi tempi di integralismi religiosi.
Forse è velleitario, ma le donne immaginano un’Europa nella
quale, anziché confrontarsi sull’inserimento o meno del riferimento
alle radici cristiane ed ebraiche, il principio di laicità porti al
superamento di contrapposizioni da rifiutare.
Aspettare i diritti
Secondo la tradizione del Movimento delle donne, parto da una mia esperienza
personale, che risale a quando, appena laureata in Scienze Politiche, un
mio ricorso contro l’esclusione da un concorso pubblico perché donna,
ha provocato la prima importante sentenza in materia di parità uomo-donna
della Corte Costituzionale (n. 33 del 18 maggio 1960), aprendo alle donne
tutte le carriere pubbliche.
Una vicenda che testimonia quanto il diritto non sia qualcosa di astratto
scritto nelle leggi e che si studia sui libri, ma abbia effetti sulla vita
quotidiana di tante donne e tanti uomini e influenzi la società nella
quale viviamo.
Il cammino delle donne e il progresso democratico in Italia, frutto anche
dell’impegno delle donne che, dopo il 1968, nel movimento, si sono battute
per tante importanti conquiste, è segnato in Italia da altre sentenze
della Corte Costituzionale e da nuove leggi nel campo dei diritti civili,
a vantaggio di donne e uomini, come il nuovo Diritto di famiglia, l’introduzione
del divorzio, la legge sulla procreazione responsabile ecc.
L’ultima parte dello scorso secolo, grazie anche al movimento delle
donne in tutto il mondo, ha accompagnato le richieste di “uguaglianza” con
le iniziative a difesa della differenza di genere, contro un pericoloso “neutro”,
ed alla richiesta delle azioni positive e di norme di garanzia.
La necessità di azioni positive e di norme di garanzia è dimostrata
dai numeri: l’occupazione femminile in Italia è pericolosamente
al disotto delle percentuali europee, così come. a fronte della sempre
più elevata presenza di donne in alcune carriere, coma la magistratura,
permane la minima percentuale di donne che nella Pubblica amministrazione
raggiungono i livelli elevati.
La voce delle donne italiane, che come risulta da una recente ricerca ISTAT,
s’impegnano nel sociale a livello di territorio, potrebbe portare nei
palazzi della politica maggiori riferimenti al quotidiano, a ciò che
manca nelle città, a come una migliore politica delle e per le donne
deve migliorare la qualità della vita di tutti, anche degli uomini.
Servizi alle persone insufficienti e il lavoro di cura che ricade quasi esclusivamente
sulle donne, sono uno svantaggio: la mancanza di asili nido non lascia tempo
alle donne, le file alle ASL non lasciano tempo alle donne, le scuole insufficienti,
non lasciano tempo alle donne.
E le donne senza tempo, si sa, non sono competitive.
Sulle prospettive di una riforma elettorale che restituisca alle elettrici
e agli elettori il diritto di scelta delle proprie rappresentanti e dei propri
rappresentanti, quanto avvenuto nella scorsa legislatura suscita, purtroppo, molte
preoccupazioni.
Non vorremmo che prevalesse ancora una volta il perverso meccanismo in base
al quale le scelte del legislatore non derivano, come avveniva nell’Assemblea
Costituente, da principi condivisi, ma sono frutto della volontà di
mantenere il potere ed evitare di pregiudicare posizioni personali o del
proprio partito, con il risultato di ostacolare il cammino dell’Italia
verso la democrazia paritaria voluta dalla Costituzione sin dall’inizio
e ribadita e rafforzata con la nuova stesura dell’articolo 51.
Si tratterebbe di una pericolosa inversione di tendenza in un cammino iniziato
in Europa nella seconda metà dell’Ottocento anche da uomini
illuminati come Stuart Mill e Mazzini.
Nel suo libro “La servitù delle donne”, scritto
a soli tre anni dall’abolizione della schiavitù in America,
il filosofo inglese definì la subordinazione sociale delle donne un
fatto isolato in mezzo alle istituzioni moderne e ne segnalò le conseguenze
negative sull’intera società.
A centocinquanta anni dal libro di Mill ed a sessanta dalla nostra Costituzione,
ancora rimangono in buona parte inascoltate in Italia le richieste di dare
seguito alla seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione, secondo
la quale “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli
di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto, la libertà e
l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione
politica, economica e sociale del Paese”.
Rosanna Oliva
14 settembre 2006
“Le donne e gli uomini europei hanno diritto alla parità di
trattamento e ad una vita senza discriminazioni”,
ha affermato il Commissario Europeo Vladimir Spidla.
Per un anno intero le campagne di informazione e le iniziative europee
insisteranno su questi concetti e principi e noi contribuiremo alla
loro diffusione, nei nostri rispettivi campi di intervento.
Ma prima di ogni altro diritto Le donne europee e Italiane hanno diritto
ALLA VITA .
Questa fila di omicidi di donne da parte di mariti, fidanzati, conviventi,
padri ci dice che ancora molto deve essere fatto per sconfiggere questa
orribile quotidianità di sopraffazione e violenza.
Noi sappiamo che l’ostilità all’autonomia
ed indipendenza delle donne, ha radici profonde, e che le ha in ogni
parte del mondo.
Noi sappiamo che mascherato dietro parole come “cultura”, “tradizione” o “religione” un
patriarcato antichissimo si oppone con ogni mezzo alla perdita
di potere, non rinuncia alla violenza, non intende riconoscere l’autonomia delle
donne, la loro autonoma capacità e diritto di scelta in ogni campo.
Noi sappiamo che si alimenta, questo mostro, di uno scenario
violento e di sopraffazione “pubblico” fatto di
parole, immagini, costumi, striscioni, scritte, modi pubblici,
offensivi e violenti, impuniti, non contrastati, spesso tollerati e
accettati, che esplodono quindi nel “privato” tra quattro mura
, siano esse le pareti di una casa, o di un ufficio, di una scuola, di un treno
o di un autobus, di un’auto, di un ospedale, di un ascensore.
Noi vogliamo che la violenza, l’intolleranza, il disprezzo,
il maschilismo siano “fuori legge” e che non vengano più tollerati, o benevolmente e superficialmente redarguiti.
Noi vogliamo che gli strumenti e le leggi che ci diamo
non appoggino nè avallino, né scusino,in alcun modo comportamenti
intolleranti, di disprezzo, maschilisti e violenti.
Noi vogliamo che le norme ci siano, siano adeguate,
e che vengano applicate senza indugi.
Vogliamo un mondo a misura di Donne e Uomini - rispettosi gli uni degli
altri in ogni luogo e circostanza - un unico mondo per un’unica RAZZA altrimenti
in via di estinzione la Razza umana
Irene Giacobbe
Assolei sportello donna
14 settembre 2006
La parola discriminazione a me fa sempre venire in mente Stephen King. King è uno scrittore di horror, nato nel '46, è molto famoso anche in Italia. E’ americano. E’ l’autore di (tante storie fra cui) Shining, Stand by me, e It, tre romanzi da cui sono stati tratti film. Spesso nelle storie di King ci sono gruppi di bambini. Spesso in questi gruppi di bambini, come è nella realtà, ci sono storie di discriminazione. Anzi, spesso le storie di King partono da un atto di discriminazione. Un insulto, un litigio in casa, una passeggiata per schiarirsi le idee e un bambino si perde, viene picchiato, non torna più a casa, o torna a casa malconcio. Molti e fra i più vari, i motivi per essere discriminati. Essere poveri. Essere brutti. Essere grassi. Essere femmine. Il momento in cui ho pensato che King fosse un autore davvero grande me lo ricordo bene. E’ stato quando leggendo sono incappata nella figura della donna del gruppo. Da bambina era discriminata come alcuni dei suoi amici, perché povera. Ma non solo per quello. Lei oltre alla fatica di essere povera, per essere accettata, deve superare anche quella di essere una femmina.
Forse perché è americano, forse perché scrive horror, resta un fatto. Non succede mai, nei romanzi di King, che alla discriminazione, e alla ingiustizia che porta con sé, segua poi un intervento diciamo così di tipo razionale. Non ci sono poliziotti in grado di ristabilire l’ordine in queste storie. Anzi, spesso sono i poliziotti a causarlo, il male. Quasi sempre a vendicare l’ucciso, a per ristabilire una forma seppure anomala di giustizia, o per placare l’animo di chi resta, (o ancora, come sfogo all’angoscia di chi subisce il torto), non resta che affidarsi all’irrazionalità.
Sono persone morte che tornano in vita a dare una mano, (o a disfare definitivamente le esistenze, e quindi a finirle). E’ attraverso la magia di un quadro (opera d’arte) che ci si può salvare. Conta poco nei romanzi di King la giustizia terrena, insomma.
Un altro dei motivi per cui ammiro King è che i gruppi degli adulti non sono diversi da quelli dei bambini. Nessuna salvezza o garanzia in più è prevista per i primi, o per i secondi. Non esiste un’età felice.
Tutto diverso per noi. Qui da noi, nel mediterraneo, almeno quando io ero piccola, era difficile che da bambini si stesse completamente soli per molto tempo. Ed è fin troppo noto che da noi l’infanzia viene considerata nella maggior parte dei casi, e soprattutto dai letterati come una specie di landa che non si dimenticherà mai più per quanto è bella. E’ relativamente recente l’idea che l’infanzia e l’adolescenza possano essere un inferno.
Tornando all'infanzia. Alla mia, in questo caso. Come è in tutti i gruppi, anche in quelli che io frequentavo da piccola, non erano poche, (magari per tempi brevi), le piccole o grandi discriminazioni.
Interveniva però, a differenza che nei romanzi kinghiani, spesso, a riordinare le cose, la figura di un genitore, quasi sempre una madre. La funzione redistributiva (di merendine rubate, di soldi presi) o giudicante (“Non si dice questa parola alla tua amica!”, era un’espressione abbastanza ricorrente nella mia infanzia) era spesso affidata alla figura femminile materna. Era funzione materna quella di dare voce a chi, seppure per un quarto d’ora, la perdeva. Forse per questo io sono abituata a pensare che le donne siano più adatte alla politica. Forse perché sono convinta che la politica consista nel dare voce a chi una voce non ce l’ha. E sono tanti i motivi per cui una persona può perdere la voce. E, anche se si fa fatica a pensarlo, a immaginarlo, (per quanto riguarda la sofferenza purtroppo, noi cattolici per tradizione, siamo sempre abituati a pensare in grande), a volte la voce si può perdere per pochi giorni, e basta davvero un breve valido sostegno, per riprenderla.
Tutto questo per dire che, alla domanda: discriminazione che fare, come muoversi?, io credo che si possa, si debba rispondere con la politica. La politica che, oltre ad essere un invito costante a che l’altra (o l’altro) si esprima, chieda, faccia domande, si esponga, deve essere anche attitudine personale a fare, farsi domande. Magari quelle che ci sembrano più scomode. Magari quelle che vanno a intaccare , rompere, certi luoghi comuni, e per questo ci destabilizzano, ci creano confusione, ci costringono a pensare. Ma noi non dobbiamo avere paura di pensare, di invitare gli altri a pensare, a riflettere.
Faccio un esempio. Prendiamo la figura de ‘la donna isterica’. Lo faccio questo esempio, e non un altro, perché mi permette di inquadrare la questione sia da un punto di vista letterario che politico. E cioè sia come tassonomia di figure femminili nel tempo, sia come tassonomia di domande nel nostro tempo.
Madame Bovary, la cugina Bette di Balzac, Nastassia Filippovna. Sono figure più o meno contemporanee. Figure ottocentesche. Fra loro c’è chi uccide, chi si lascia uccidere, chi si uccide. Hanno in comune un certo modo diciamo così, ansioso di fare. Modo che le porta a fare, farsi del male. Per brevità non posso descrivere le loro storie, ma sono tutte e tre abbastanza famose e soprattutto i loro autori, così che io sono sicura che abbiate compreso cosa voglio dire.
Passiamo ai nostri giorni, adesso.
Quante di noi si sono sentite dire almeno una volta nella vita, “Sei
isterica!”. Io credo che invece di prendere semplicemente per buona
l’affermazione, (che per altro, potrebbe anche avere in sé una
sua giustificazione: è possibile cioè che lo fossimo davvero
quando ce l’hanno detto) dovremmo chiederci, “Perché ho
reagito così all’affermazione che mi è stata fatta?
Perché davanti a questo atteggiamento mi viene sempre una risposta
di quel tipo? Perché non riesco a controllare la mia ansia, angoscia,
disagio, davanti a certe manifestazioni, espressioni, modi di dire, di fare,
che gli altri, altre, hanno?”.
Io credo che questo sia, nella convivenza, un atteggiamento politico.
La capacità critica di porsi. Atteggiamento che a me, piace tenere
anche in letteratura l’altra mia passione, oltre a quella politica.
Bravi autori, (autrici), per me sono quelli, (quelle) capaci di costruire
personaggi, situazioni, storie in cui le domande che vengono fuori, sono
quelle che la maggior parte di noi si vergogna, non ha voglia di fare, di
farsi. Come bravi politici, brave politiche sono quelle e quelli capaci,
davanti anche a ingiustificati silenzi, a gesti incomprensibili, di trovare
non dico una risposta, o una voce. Non sempre si può, ci si riesce.
Ma una via d’uscita imprevedibile, alternativa, e lontana dai luoghi
comuni, non solo spesso si può, ma sempre ci dobbiamo provare.
Angela Scarparo
14 settembre 2006

