Resoconto

Seminario, La violenza maschile sulle donne al di fuori dell’emergenza. Un dialogo tra uomini e donne, svoltosi alla Casa internazionale delle donne il 4 ottobre scorso, organizzato da LeNove, Maschile Plurale e D.i.R.e. da seminario si è trasformato in una grande assemblea, grande per la consistenza della partecipazione (170 persone circa per un’intera giornata, prevalentemente uomini e donne impegnati nei Centri antiviolenza o nei Centri per uomini autori di violenza, ma non solo) e la numerosità degli interventi. Le tre diverse introduzioni ponevano subito i problemi da affrontare. Per Maria Merelli (LeNove) “lo spostare lo sguardo sulla questione maschile - guidate dall’idea che non si dà possibilità né di prevenzione né di cambiamento della cultura se l’altro da noi, gli uomini e il loro lato oscuro, rimane silente e distante - non significa pentirsi di un passato e neppure cambiare il percorso intrapreso, bensì arricchirlo, mantenendo immutati gli obiettivi finali: la salvaguardia più efficace delle donne che subiscono violenza da parte degli uomini e i supporti necessari affinché possano intraprendere una strada di libertà. Uno sguardo dunque femminista anche quello rivolto agli uomini”.


E il femminismo è il riferimento fondamentale anche per l’elaborazione maschile: “che cosa apportano gli uomini in questo lavoro comune di contrasto alla violenza maschile sulle donne?” si è chiesto Marco Deriu (Maschile Plurale): “a me pare che portino in primo luogo un contributo nella comprensione della violenza come questione maschile. La presenza e l'impegno degli uomini aiuta a non banalizzare la violenza maschile, ovvero non naturalizzarla o non darne interpretazioni facili o monocausali… C’è una pluralità interna al maschile e agli stessi uomini…” Bisogna evitare “il rischio di rimanere schiacciate da un'immagine devastante e ingombrante di un maschile abusante, che è uno dei portati più profondi e traumatici della violenza. D'altra parte acquisire e liberare un'immagine interiore dell'umanità maschile, come qualcosa di plurale, differenziato e conflittuale, rappresenta un passaggio importante nel percorso di liberazione dalla violenza”. Ma, conclude Deriu, “ho sentito e patito molto la pervasività dei pregiudizi e in generale la mancanza di fiducia e di ascolto verso la riflessione ed il contributo di pensiero e interrogazione che alcuni di noi hanno cercato di portare. Come se uno sforzo di riflessione da parte maschile non potesse essere che viziato o manchevole. Da questo punto di vista credo che ci sia ancora molta strada da fare prima che sia riconosciuta come autorevole anche un'esperienza e una presa di parola maschile sulla violenza contro le donne”.


Ecco un primo nodo cruciale: il riconoscimento dell’elaborazione maschile. “Ho incontrato molti uomini che avevano agito violenza contro una donna, che non solo non avevano maturato alcuna consapevolezza della sofferenza causata alla loro compagna, ma asserivano con tono piuttosto convinto quanto arrogante che non avevano fatto niente di male. Il primo istinto è sempre quello di negare, anche di fronte all’evidenza, di sminuire la gravità dei propri comportamenti, di cercare di darne una versione manipolata in ogni caso, da ultimo, di trovare giustificazioni ai fatti attraverso l’imputazione all’altra della ragione delle proprie reazioni…”, ha raccontato Manuela Ulivi (D.i.R.e., Donne in rete contro la violenza). “Il lavoro dei centri antiviolenza ha svelato una realtà maschile molto diffusa, sorniona e complessa, che limita la libertà femminile in modo indiscutibile, anche nel senso che la donna che la mette in discussione viene colpita, inesorabilmente, dall’uomo che non accetta di essere messo in discussione…”.

 

Queste esperienze non potevano non ripercuotersi sul giudizio e sulla possibile collaborazione dei Centri rivolti alle donne vittime di violenza (Cav) con i Centri per uomini violenti. Le ricerche realizzate da LeNove ci dicono che i Centri o le iniziative rivolte agli uomini risultano ad oggi 29, dodici in più rispetto alla rilevazione del 2012. Ma questa crescita “ lascia spazio anche ad approcci più ‘tecnici’ e professionali non sempre così decisamente caratterizzati da un’ottica di trasformazione di modelli comportamentali di impronta patriarcale e di relazioni segnate da squilibrio di potere tra i generi che ha dominato la prima fase di interventi rivolti agli uomini. Lo stesso taglio pro-femminista che mette al centro la tutela delle vittime e ha segnato quale tratto caratterizzante la nascita dei Centri per uomini, pur restando di gran lunga prevalente, non è sempre il solo ad essere presente sulla scena…” (Bozzoli, Merelli, Ruggerini, Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento, nuova edizione aggiornata, 2014).

 

La ricerca approfondisce la pluralità delle esperienze ma nel suo complesso testimonia “ l’interesse nei confronti di questi interventi e il consenso che incominciano a riscuotere nei territori in cui si collocano: un trend di crescita positiva che indica una significativa estensione di domanda, di capacità di risposta e di relazioni che si instaurano con soggetti privati e pubblici”.

Ma, sostiene Manuela Ulivi, “quando si afferma che l’autore di comportamenti maltrattanti ‘vive e agisce in uno stato di disagio e sofferenza’, penso che questo fatto sia ancora tutto da verificare e
non è un presupposto di lavoro che mi convince… L’intervento sugli autori del maltrattamento può essere utile se esce dagli schemi della relazione professionista/patologico, che è quello che si sta affermando in ogni nazione con la convinzione che questo tipo di relazione di carattere ‘sanitario’ possa essere utile anche alle donne in quanto interessate a mantenere un rapporto con l’uomo che le ha maltrattate. Ovvero in quanto madri di figli comuni, oppure ancora necessitate dall’essere veramente liberate da un pericolo pubblico, poiché questo tipo di intervento si prefigge di combattere la recidiva… Ritengo che senza una profonda riflessione di tutti, in particolare degli uomini che devono mettersi in discussione e devono affrontare tra di loro un problema che è loro, con il possibile continuo confronto e di intervento delle donne (non nel ruolo di vestali accudenti, capaci di ascolto, capaci anche di comprensione e di perdono, ancor meno nel ruolo di terapeute) non si possa veramente fermare la violenza maschile”.
 

Dal seminario, quindi, - ma anche dalle ricerche sul campo - è risultata prevalente la collaborazione tra CAV e Centri per uomini violenti verso le donne, ma le modalità di questa collaborazione non sono affatto scontate.

Come si evince, le differenze ci sono e sono emerse fin dalle introduzioni. Il dibattito è stato vero, acceso. Conflittuale. Fin dalla convocazione, si chiedeva ai partecipanti di pronunciarsi su quesiti stringenti, senza sorvolarli con un dire ben costruito. A partire dalla domanda stessa se è possibile un lavoro comune tra donne e uomini sulla violenza esercitata dagli uomini contro le donne, per chiedersi insieme quali professionalità e soprattutto quale impostazione politica e culturale sottendono i nuovi Centri rivolti agli uomini: c’è un pericolo che l’ascoltare il disagio degli uomini significhi deresponsabilizzarli? E i Centri riescono a parlare alla comunità in termini di prevenzione o si limitano ai singoli individui? Vale la pena investirvi in tempi di risorse scarse?

 

Non possiamo parlare di esiti del seminario del 4 ottobre, perché il dibattito è totalmente aperto, sia per la pluralità delle esperienze, che per le diverse risposte alle domande poste dal seminario stesso. Possiamo solo dire che il confronto continuerà sul piano politico culturale, sul confronto tra le metodologie adottate dai centri per uomini violenti in rapporto ai Cav, per superare quelle resistenze che non possono comunque chiudere il confronto, ma bensì aprirlo, anche al conflitto, ma senza determinare chiusure reciproche.