Avviso alle naviganti - n° 6 ­ 22 ottobre 2003

News di informazione
in redazione: M.Giulia Catemario, Giovanna Olivieri, Stefania Vulterini

In questo numero parliamo di:

1° Convegno Donne mediterranee. Albania –Italia: Associazioni, dati, storie a confronto.
Si svolgerà alla Casa Internazionale delle Donne sabato 7 e domenica 8 novembre 2003 il primo convegno di Donne Mediterranee che affronterà la relazione fra donne albanesi e italiane. Il Convegno è organizzato dall’Associazione Occhio blu, dalla Casa Internazionale delle Donne e dall’Assessorato alle pari opportunità del Comune di Roma e sarà allietato da un concerto di Silvana Licursi. nello spazio mostre sarà allestita una personale della pittrice albanese Anila Zajmi.

Progetto AQUILEGIA Le risorse delle donne
Venerdì 24 ottobre 2003 ore 16-20 presentazione con un the in giardino delle attività: Corsi - gruppi – seminari per scoprire le proprie risorse inattese, per sperimentare, conoscere, coltivare le proprie capacità

Una riunione sotto la magnolia – Le associazioni delle donne migranti incontrano l’On. Livia Turco

Il 6 ottobre 2003 alla Casa internazionale delle donne di Roma, le rappresentanti femminili delle varie comunità straniere hanno incontrato l’On. Livia Turco

Convegno Opportunità, diritti, partecipazione
Si svolgerà sabato 25 ottobre 2003 dalle ore 10.00 alle ore 18.00 alla Casa Internazionale delle Donne il convegno Opportunità, diritti, partecipazione a che punto siamo con la cittadinanza europea delle donne? organizzato da Il Paese delle Donne, Società delle Storiche, Pangea’s Women, Zora Neale Hurston, in collaborazione con l’AFFI.

L’occasione del convegno è data dalla pubblicazione del volume Cittadine d’Europa Integrazione europea e associazioni femminili italiane a cura di Beatrice Pisa.

A tutte le interessate!

Le iscrizioni ai Corsi di Scuola di Studi femministi si chiudono il 30 ottobre.

Per informazioni ed iscrizioni Libreria Zora Neale Hurston
06 68193001 cell 03478419378

Per informazioni su queste e altre iniziative consulta la rubrica eventi (http://www.casainternazionaledelledonne.org/index_eventi.htm)

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Per approfondire

1° Convegno Donne mediterranee. Albania –Italia: Associazioni, dati, storie a confronto.
A cura di Giovanna Olivieri

Si svolgerà alla Casa Internazionale delle Donne sabato 7 e domenica 8 novembre 2003 il primo convegno di Donne Mediterranee che affronterà la relazione fra donne albanesi e italiane. Il Convegno è organizzato dall’Associazione Occhio blu, dalla Casa Internazionale delle Donne e dall’Assessorato alle pari opportunità del Comune di Roma e sarà allietato da un concerto di Silvana Licursi. nello spazio mostre sarà allestita una personale della pittrice albanese Anila Zajmi.

Abbiamo rivolto alcune domande alla presidente dell’Associazione Occhio blu Serena Luciani.

Quali finalità ha la vostra associazione?

L’Associazione Culturale Occhio Blu nasce nel 2000 per far conoscere in Italia la cultura Albanese. In questi tre anni abbiamo organizzato un convegno con scrittori/trici e poeti/e albanesi alla Casa delle Letterature, un concerto di musiche popolari polifoniche ed una Rassegna di film.

E quali argomenti affronterete nel Convegno?

L’obiettivo è mettere a confronto, entro la cultura del Mediterraneo, donne albanesi ed italiane. Si vuole così favorire una conoscenza reciproca dell’Associazionismo nei due Paesi, un confronto dei dati ufficiali a disposizione dell’INSTAT in Albania e dell’ISTAT in Italia (che potrà riservare sorprese). Approfondiremo i problemi delle donne albanesi immigrate in Italia e i reciproci punti di vista nel processo di integrazione, anche per pensare a progetti comuni.


Progetto AQUILEGIA Le risorse delle donne
Venerdì 24 ottobre 2003 ore 16-20 presentazione delle attività:

Corsi - gruppi – seminari per scoprire le proprie risorse inattese, per sperimentare, conoscere, coltivare le proprie capacità

Aquilegia, pianta anticamente ricercata perché donava la vista dell’aquila.

Aquilegia – da aquila – per la forma dei petali del fiore

Aquilegia – simbolicamente – per volare alto come l’aquila, perché le donne vedano “oltre”.

Progetto Aquilegia per staccarsi dalla radice terrena del quotidiano e aprirsi senza pregiudizi alla visione del mondo.

Corsi - gruppi – seminari per scoprire le proprie risorse inattese, per sperimentare, conoscere, coltivare le proprie capacità.

Corsi:

- Artigianato artistico. Barbara Cassani

- Espressione corporea. Elena La Puca

- Danzateatro. Maria Teresa Lepone

- Teatroterapia. Isabella Spada

- Danzaterapia. Claudia Wittmann

Gruppi:

- Sesso e dintorni. Maria Claudia Biscione

- Vestirsi: scoprirsi o nascondersi? Elisa de Cillis

- La forza del desiderio. Floriana Scarcia

- Le forme dell’amore: appartenerci, appartenenza, integrazioni. Rosaria Stampelli

- Abilità e competenze efficaci nel proprio mondo di relazioni. Laura Volpini

Seminari:

- Per volare alto liberiamoci dalle zavorre. Marta Prandi

- Riconoscere i propri bisogni, emozioni e desideri. Paola Sbardellati


Una riunione sotto la magnolia – Le associazioni delle donne migranti incontrano l’On. Livia Turco
A cura di Candelaria

Il 6 ottobre, alla Casa internazionale delle donne di Roma, le rappresentanti femminili delle varie comunità straniere aspettano l’arrivo dell’On. Livia Turco, trattenuta da impegni politici. Si sono incontrate alcuni mesi prima nel pieno dell’estate, all’ombra dell’imponente magnolia del giardino, sorseggiando del tè freddo alla menta servito in grandi caraffe di vetro.

E da quell’incontro, promosso dall’Associazione Candelaria, è nato un fermo proposito di collaborare e di incontrarsi con periodicità.

L’On. Livia Turco le ha lasciate con tre quesiti, tre curiosità che desiderava le fossero chiarite ed ora sono pronte a discuterne.

La prima, semplicissima, ingenua, rivelatrice di quanto “l’altra” possa sembrarci incognita, è una domanda che tasta le infinite possibilità percettive delle donne immigrate. Qual è la caratterizzazione che le donne immigrate danno delle donne italiane? Molte si sono quasi risentite per questo quesito: “Come? Dopo anni di lavoro e di battaglie portate avanti fianco a fianco, ci viene rivolta una domanda così riduttiva?”

Il lunedì sera però, mentre erano strette intorno ad un ampio tavolo, si sono lasciate un po’ tutte trascinare dal desiderio di esplicitare la propria visione soggettiva, forse anche per rendere più chiari i concetti che si volevano esprimere. E ciò che più emergeva era la consapevolezza dell’asimmetria del rapporto. Secondo le rappresentanti dell’Associazione Candelaria, la donna italiana, abituata a muoversi nel suo territorio, conosce le strategie e le modalità per occupare gli spazi pubblici, spazi assolutamente interdetti alle donne immigrate che vedono la loro area di intervento restringersi allo spazio domestico. È al suo interno che native e migranti si confrontano e ciò che più rende bizzarra la loro relazione è il fatto che la donna immigrata ha un livello culturale spesso pari, se non superiore a quello della sua datrice di lavoro. Un rapporto paritario è però impossibile se tutto ciò che concerne l’ambito pubblico è interdetto alle immigrate. Il settore del privato sociale, anche in progetti relativi all’immigrazione è ancora fortemente in mano ad organizzazioni locali. Le associazioni di queste donne, sono quindi destinate a soccombere se basate solo sul volontariato e su esigui finanziamenti. Ciò che chiedono non è l’assistenzialismo, ma la possibilità di agire. Emerge dalle voci delle donne immigrate anche una forte denuncia alla società italiana in cui la chiave del successo non sono i meriti acquisiti e la propria professionalità, ma i rapporti interpersonali. Una società in cui si da una eccessiva importanza alla forma e poco alla sostanza. E questo perché troppo veloce è stato il passaggio dall’etica del lavoro a quella dei soldi.

L’On. Livia Turco, prende la parola per ultima dopo aver ascoltato le varie voci. Confessa di averci posto quella domanda perché si è resa conto di un limite che voleva superare. Ha conosciuto varie donne immigrate in ambiti formali, politici, e si è resa conto di non conoscere affatto quelle donne. La sua è una curiosità per l’aspetto umano di ognuna di esse, curiosità indispensabile alla politica poiché quando la discussione prescinde dalle biografie concrete si rischia di non comprendere. La sua curiosità nasce dall’idea della reciprocità attraverso cui, rielaborando le esperienze collettive se ne fa un pensiero. Dalle varie dichiarazioni Livia Turco ha raccolto degli imput per il suo lavoro futuro. Ora ciò che più le preme è trovare degli spazi pubblici in cui la donna immigrata potrà incontrarsi ed intervenire e trovare sbocchi professionali più qualificati per quelle che sono bloccate in lavori che non le rappresentano.

La seconda domanda riguardava la situazione delle donne della seconda generazione e del loro rapporto con la comunità d’origine e con quella d’accoglienza. All’unisono è emersa la richiesta di battersi il più possibile per il diritto alla cittadinanza dei bambini nati e cresciuti in Italia. Sospesi tra due mondi che non li riconoscono e li rifiutano, essi vivono gravi crisi identitarie che spesso portano ad esperienze drammatiche e fallimentari se non sono sostenuti da un qualche riconoscimento istituzionale. Nella discussione una storia tra molte drammatica ed esemplare è narrata dalla presidentessa dell’Associazione No. di. È la storia di un ragazzo di 29 anni figlio di genitori capoverdiani, nato e cresciuto in Italia. La madre è emigrata in Francia molti anni addietro ed il padre è morto. Ora il giovane si trova solo e disoccupato, senza permesso di soggiorno, con la nonna di 68 anni, di cui 44 passati in Italia, nonna senza nessuna pensione ed assistenza. questo ragazzo non ha mai visto Capoverde, ma è un potenziale espulso.

E molti e molti altri casi simili potrebbero essere descritti. Nella comunità filippina (23.257 nel Lazio, è la comunità più cospicua) per esempio il numero dei bambini non è per niente elevato. E questo perché spesso le donne lasciano i loro figli nelle Filippine con i nonni per lavorare. Al momento del ricongiungimento familiare questi bambini spesso rifiutano i genitori con cui entrano in grave conflitto.

È interessante notare che questa discussione si è svolta alla vigilia del dibattito sul voto agli immigrati che sta spaccando la maggioranza di governo e in seguito alla quale le opposizioni hanno rilanciato le proprie proposte attraverso una campagna pubblicitaria in cui ridenti immigrati perfettamente integrati appaiono in grandi manifesti.

Nell’inserimento delle seconde generazioni un ruolo fondamentale è giocato dalla scuola. I bambini che arrivano dovrebbero essere sostenuti ed avere il tempo di imparare senza essere subito discriminati dagli stessi insegnanti.
Il rischio di dispersione scolastica tra i giovani immigrati è infatti altissimo.
La scuola dovrebbe essere definitivamente trasformata in una scuola interculturale in cui gioca un ruolo fondamentale la figura del mediatore linguistico culturale. Questa figura professionale deve essere riconosciuta professionalmente ma non con il profilo disegnato dai nuovi corsi di laurea triennali aperti agli stessi italiani: in tal modo professionisti con esperienza pluriennale si trovano declassati e un ruolo fondamentale che dev’essere assolutamente riservato agli immigrati è esteso a tutti. Solo un immigrato infatti, attraverso il suo vissuto problematico, è in grado di esercitare tale professione. La comunanza di esperienze che spesso gli stranieri pensano di avere è infatti un facilitatore nella comunicazione.

Non c’è tempo per parlare dell’ultimo punto, delle motivazioni che animano le nuove immigrate rispetto a quelle di 10, 20 anni fa. Sembra che siano più mosse dal desiderio di racimolare un po’ di soldi piuttosto che di formarsi.
Le vecchie immigrate lamentano una generale crisi di valori.
Ma al bando le generalizzazioni, un argomento del genere richiede più tempo e più profondità.

Intanto l’On. Livia Turco, con eleganza, chiede come un ospite di rinnovare il nostro incontro e aggiunge umilmente “se per voi non è una perdita di tempo”.

Dichiarazione discreta che a molte non è sfuggita.


Opportunità, diritti, partecipazione
A cura di Francesca Koch

Si svolgerà sabato 25 ottobre 2003 dalle ore 10.00 alle ore 18.00 alla Casa Internazionale delle Donne il convegno “Opportunità, diritti, partecipazione a che punto siamo con la cittadinanza europea delle donne?” organizzato da Il Paese delle Donne, Società delle Storiche, Pangea’s Women, Zora Neale Hurston, in collaborazione con l’AFFI.

L’occasione del convegno è data dalla pubblicazione del volume Cittadine d’Europa Integrazione europea e associazioni femminili italiane a cura di Beatrice Pisa.

Molte e complesse, come è noto, sono le questioni su cui si interrogano politici, giuristi e costituzionalisti. Anzitutto l’assoluta novità costituzionale del soggetto Europa, che non può essere una semplice riproduzione di modelli già esistenti nella storia, ma chiede uno sforzo di immaginazione e una volontà di sperimentare forme di democrazia in grado di reggere alla globalizzazione.

L’Unione Europea ha anche una sua evidente fragilità, per la mancanza di una classe dirigente, come ha sottolineato recentemente Elena Paciotti, per la mancanza di un demos europeo ( eppure, come è stato detto da più parti, l’opinione pubblica è ormai un soggetto presente e attivo sulla scena, soprattutto dopo le grandi manifestazioni del 15 febbraio scorso), per il “minimalismo” del progetto politico (Cantaro) che ancora la caratterizza, a fronte di un ampio dibattito giuridico; inoltre sono ancora irrisolte altre delicatissime questioni: la sovranità, la ricerca di un equilibrio dei poteri, secondo opzioni diverse, in senso “sovranista” e governativo, o nella direzione di un maggiore spazio al Parlamento europeo e alla responsabilità comunitaria; il conciliarsi delle diverse funzioni di governo e di rappresentanza; la definizione dell’ identità europea, che alcuni vorrebbero ancorata alle sue tradizioni (la religione?, il mercato?, l’illuminismo?…) mentre altri vedono la nascita della nuova Europa nella tradizione resistenziale, nel patto di civiltà che ha unito i popoli europei ( e gli esuli dell’Europa totalitaria) dopo la seconda guerra mondiale, nella comune condanna degli orrori dei totalitarismi e nel rifiuto della cultura nazifascista. Effettivamente, insegnano gli storici, è molto difficile rintracciare origini nette dell’Europa, e definirne confini precisi: l’Europa è anzi caratterizzata dall’essere sempre stato territorio di migrazioni e di scambi, culturali ed economici; la storia della cultura e della politica europea è nella coabitazione degli opposti, la vitalità del sistema Europa è cresciuta sulla pari dignità dei contrasti.

L’Europa potrà aspirare ad essere una “potenza tranquilla”, come auspica Todorov, in grado di resistere al delirio imperialista degli USA, vorrà concretamente mettere in pratica i valori individuati nella carta di Nizza, o preferirà impegnarsi in una rincorsa militare, nella costruzione di un esercito di difesa, secondo un modello di “fortezza”, poco condivisibile e poco sostenibile nella storia e nella cultura?

Si tratta, come si vede, di questioni di fondo sul carattere strutturale dell’Unione Europea , sull’articolazione della rappresentanza ( cfr. il recente scontro sui criteri di voto o sulle pretese di unanimità) sulle relazioni internazionali.

Su questi temi si è interrogata ovviamente anche la riflessione femminile che ha privilegiato l’ottica dei diritti di cittadinanza, come concetto chiave e opportunità di partecipazione delle donne: il diritto di piena partecipazione alle conquiste sociali; la combinazione indivisibile dei diritti politici, sociali, civili, per un sistema composito di diritti, doveri, lealtà politiche. I diritti di cittadinanza si confermano lo spazio delle conquiste delle donne; i diritti acquisiti e le politiche sociali , lo sviluppo delle tematiche della parità, anche se solo per la lavoratrice, e quindi solo nel mercato del lavoro, sono innegabili, pur se rimangono ampi motivi di critica alle politiche di welfare che lasciano troppo spazio al libero gioco del mercato. L’evoluzione del mercato europeo è estremamente contraddittoria, e la crescita della partecipazione femminile al lavoro è in realtà legata all’ aumento del part-time.

La preoccupazione, non solo delle donne, è per il deficit democratico dell’UE, per la restrizione della partecipazione politica dei cittadini, e tanto più delle politiche delle donne. C’è preoccupazione per le dichiarazioni sull’uguaglianza della Carta di Nizza, ( e per il modo con cui sono state inserite nella bozza di Trattato) che appaiono inadeguate e deludono, come hanno detto, all’indomani del 20 giugno le donne dell’Europa meridionale, se messe a confronto con le aspettative di democrazia paritaria; appaiono insufficienti le politiche antidiscriminatorie, (pari opportunità e strategie di cambiamento sociale relative), che assimilando l’emarginazione femminile a quella di immigrati e minoranze oppresse, restano finalizzate all’inclusione di “una parte” dei soggetti in un ordine dato, che però non viene assolutamente messo in discussione. La critica femminista ha ormai messo a nudo il falso universalismo delle enunciazioni giuridiche; ha dichiarato che il soggetto di diritti non è un soggetto giuridico astratto, ma che è differenziato per genere, e questo rende evidente la necessità di un’uguaglianza di statuto tra le due componenti dell’umanità, uomini e donne, entrambi soggetti di diritti fondamentali. Il rischio di queste formulazioni, secondo alcune analisi, è di prestare il fianco a derive essenzialiste, e di appiattire la rappresentanza sul dato biologico: è forse più opportuno insistere sull’aspetto pluralista della democrazia, una formula che sembra più rispettosa della pluralità concreta dei soggetti del diritto e della molteplicità di posizioni tra le donne e gli uomini, che presuppone la necessità di integrare non solo il genere, ma anche l’etnia, la religione, la classe, l’orientamento sessuale… e quindi prepara un concetto più dinamico di cittadinanza.

Il progetto europeo ha costituito a lungo una dimensione politica dominata dal maschile e lontana dagli interessi femminili per la sua prevalente dimensione economico-finanziaria; le donne non comprendono l’eccessiva burocratizzazione e denunciano lo scarso potere decisionale femminile. L’assenza di un immaginario sociale europeo, di coinvolgimento emotivo, è stata messa a tema, tra le altre, da Passerini e da Braidotti: senza un immaginario coinvolgente sull’Europa è difficile recuperare quel carattere dinamico e di consenso popolare che si ritiene debba integrare il cammino costituzionale.

Pensare l’Europa vuol dire, letteralmente, reinventare la democrazia, vuol dire recuperare quel mito fondativo assente; è essenziale il lavoro di pensare insieme l’Europa, non in termini di potenza o di identità forte (non servono le identità forti, anzi, sono pericolose); le radici dell’Unione europea sono nel progetto del dopoguerra, contro il fascismo europeo, un progetto postnazionalista, cui possono servire d’ispirazione i movimenti femministi, pacifisti, antirazzisti.

La ridefinizione dell’identità europea deve partire dalla accettazione del declino dell’eurocentrismo “a vantaggio della ricerca delle sue specificità culturali, senza pretendere alla superiorità” ( Passerini); l’identità europea è da ripensare un relazione alla questione della diversità, cioè del genere e delle identità multiculturali, da un punto di vista europeo; un’Europa in cui per dirla con Rosi Braidotti siamo tutte e tutti in qualche modo “stranieri privilegiati” .

L’impegno per la pace che negli anni ha mosso i movimenti politici femminili, la loro preoccupazione per la tutela dei nuovi soggetti migranti, non sono lontani dalle intenzioni di chi oggi chiede che l’Europa recepisca il ripudio della guerra, affermato nella Costituzione italiana e che, nella lotta alla tratta, si impegni a tutelare i diritti delle persone, più che la difesa dello stato.

Per riattraversare criticamente, la tradizione europea dell’emancipazione e della liberazione femminile, compromessa da molte complicità con l’attuale disordine mondiale, come scrive Lidia Campagnano, è necessario anzitutto un dialogo serrato con le donne che vivono in altri contesti e fanno altre esperienze, a cominciare dalle donne che immigrano in Europa. Ma è necessaria anche una maggiore conoscenza delle aspettative e del lavoro politico della generazione che ci ha preceduto, per sentirci ancorate ad una posizione storica, ed assumercene la responsabilità.

Per questo, nella giornata seminariale che si svolgerà il 25 ottobre nella Casa Internazionale delle donne, sul tema “Opportunità, diritti, partecipazione: a che punto siamo con la cittadinanza europea delle donne?” abbiamo ritenuto opportuno che il dibattito prendesse spunto da una ricerca pubblicata di recente Cittadine d’ Europa, integrazione europea e associazioni femminili italiane, a cura di Beatrice Pisa. In questi saggi si dà conto del percorso europeista delle principali associazioni femminili del dopoguerra, della loro originale elaborazione di un’idea di Europa, del lavoro svolto in preparazione delle prime scadenze europee nei confronti della questione femminile, del loro rapporto con il femminismo.

Abbiamo voluto che la nostra riflessione fosse dedicata alla memoria di Anna Lindh, ministra degli Esteri, uccisa a Stoccolma, perché nella sua opera vivono le nostre speranze per un’Europa aperta alla molteplicità, alla integrazione delle diversità, ai diritti delle donne; nelle sue campagne contro i razzismi e le intolleranze abbiamo riconosciuto le nostre stesse aspirazioni; il dolore per la sua morte così ingiusta e violenta si accompagna al ricordo del suo lavoro e al desiderio di raccoglierne l’eredità.


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