Casa Internazionale
delle Donne - via della Lungara, 19 - 00165 Roma
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Avviso alle naviganti la news di informazione della Casa
n° 18 del 19 aprile 2004
in redazione:
M.Giulia Catemario, Giovanna Olivieri, Stefania Vulterini
In questo numero parliamo
di:
Concepire l'infinito: Anna Maria Ortese
sfondare gli "aerei muri".
La Casa Internazionale delle Donne ha ospitato lunedì 5
aprile, nell'ambito del progetto Concepire l'infinito, promosso
dalle Biblioteche di Roma con la consulenza scientifica di Annarosa
Buttarelli, l'incontro Concepire l'infinito in Anna Maria Ortese
con gli interventi di Monica Farneti, Daniela Carpisassi, Patrizia
Sentinelli e Adriana Spera, coordinati da Marino Sinibaldi.
Martedì 20 aprile alle 17.30 sempre
alla Casa Internazionale delle Donne il secondo appuntamento:
"Emily Dickinson dolore e felicità"
con l'intervento di Maria Clelia Cardona. Segue "La mia Dickinson"
performance di Giulia Perrone (Associazione Rosella Mancini).
Che cosa ci sta capitando
Sabato 8 maggio ore 16 alla Casa Internazionale delle Donne incontro
con Luisa Muraro, Clara Jourdan, Vita Cosentino della redazione
di Milano di Via Dogana. Discussione attorno alla rivista Via
Dogana e agli ultimi due numeri su “lingua corrente”.
Il manifesto dell'altro Islam per passare
"dalla lotta di liberazione a quella per la libertà"
Un testo coraggioso, che ha tra i suoi promotori Wassyla Tamzali,
avvocata, che vive tra Algeri e Parigi. Il manifesto si schiera
contro l'antisemitismo, l'omofobia e la misoginia. E' la prima
volta che la società civile francese "di cultura musulmana"
prende la parola per denunciare l'utilizzo della religione, nelle
sue interpretazioni più retrive, per fare arretrare le
conquiste sociali e di libertà di donne e uomini. Il manifesto
è stato pubblicato da Libération in Francia e dal
quotidiano marocchino Libération, censurato della parte
che riguarda l'omofobia.
Per approfondire
Concepire l'infinito: Anna Maria Ortese sfondare gli
"aerei muri".
Il progetto Concepire l'infinito, promosso dalle Biblioteche
di Roma con la consulenza scientifica di Annarosa Buttarelli,
attraverso dibattiti, proiezioni, incontri seminariali e una
mostra itinerante, vuole, più che definire l'infinito
in senso metafisico, indicare come le otto autrici scelte ne
abbiano fatto esperienza.
A cura di Stefania Vulterini
Il progetto Concepire l'infinito si propone, nelle parole della
sua ideatrice Maria Pia Mazziotti "di esercitare lo sguardo
verso i nuovi orizzonti che si aprono, di aiutare a capire qual
è il nostro tempo. Possiamo definire l'infinito solo
come qualcosa vicino a noi: è il nostro mondo, quello
che cerchiamo di costruire, con uno "sguardo nuovo".
L'infinito è l'orizzonte della nostra contemporaneità."
L'incontro Concepire l'infinito in Anna Maria Ortese, di cui
daremo in seguito più ampia informazione, si è
aperto con la presentazione, appassionata e non "di rappresentanza"
di Patrizia Sentinelli, presidente della Commissione delle Elette
del Comune di Roma:
"cosa possiamo dire di Anna Maria Ortese a proposito dell’infinito?
In che modo la scrittrice fa parte di quella schiera di donne
straordinarie accomunate dal dono e dall’anelito del “concepire
l’infinito”?
La sua è una vita di dolore e di lutti di spostamenti
continui da una città all’altra d’Italia,
città che peraltro sentiva completamente sue ma che le
hanno lasciato un senso di esilio e di straniamento.
Questo fa parte di una sorta di contraddizione interna mai placata
che caratterizzò la sua poetica fatta di veglia e sonno,
realtà e impossibile, vero e falso come condizioni inscindibili.
Gli opposti convivono in una condizione esistenziale di insopportabilità,
di orrore del mondo reale, di amore incondizionato per l’illusione.
Nel suo bellissimo libro che è raccolta di piccoli saggi
pensieri interviste dal titolo “Corpo Celeste” fa
riferimento al concetto di realtà/illusione in Leopardi,
definendola “l’unica voce reale della letteratura,
perché è l’unico che al reale non crede
più”. Questa apparente contraddizione ci porta
immediatamente alla natura del suo infinito concepito come evasione
indispensabile, sogno necessario alla sopravvivenza. L’illusione
è dunque necessaria alla Ortese per contrastare una vita
in un universo che lei stessa in “Corpo Celeste”
definisce estraneo all’essere umano, estraneo alla ragione.
Ci sono indubbiamente molti riferimenti all’infinito leopardiano
come “luogo” privilegiato e bramato che naturalmente
la Ortese elabora e rappresenta in modo singolarissimo. Bastano
le prime pagine di “Corpo Celeste” a stupirci per
lo stesso stupore della scrittrice nella narrazione della scoperta
infantile della terra che, pur essendo una palla scura terrosa
è anch’essa un corpo celeste, al pari di quei mondi
inafferrabili dispersi nell’universo.
Insomma la sensazione di una narrazione che spiazza il lettore
nel dire tutto e il contrario di tutto è il segreto della
prosa poeticissima della Ortese. La meraviglia di un mondo che
è corpo celeste precede di poco la rivelazione dell’orrore
di quello stesso mondo.
La Ortese non lascia nulla intentato. Per lei, scrittrice metafisica
come la definì Alfredo Giuliani, concepire l’infinito
è tentare di comprenderne l’intima contraddizione.
Tra il desiderio profondamente leopardiano di un altrove senza
tempo né spazio che ogni ostacolo ridesta incessantemente,
e la necessità quotidiana di essere dentro al reale,
qui e ora, magari pellegrinando da un luogo all’altro
e soffrendo nella coscienza di un mondo non adatto a chi lo
abita, spesso emarginata e aliena dalla folla. Ma concepire
l’infinito è forse anche l’amore della Ortese
per le creature infinitamente piccole, mute, che popolano la
nostra terra e ci guardano con coraggio. "
Che cosa ci sta capitando
Sabato 8 maggio ore 16 alla Casa Internazionale delle Donne incontro
con Luisa Muraro, Clara Jourdan, Vita Cosentinodella redazione
di Milano di Via Dogana. Discussione attorno alla rivista Via
Dogana e agli ultimi due numeri su “lingua corrente”.
A cura della redazione milanese di Via Dogana
Alla fine (1991) abbiamo dato vita a questa rivista: lo scopo
era comunicare il nostro sapere, far conoscere la nostra pratica
politica. Ma, poi, in pratica, la rivista ci ha obbligate a
continuare a pensare, a continuare a pensare quello che capita,
quello che diventiamo. L’abbiamo chiamata Via Dogana perché
era l’indirizzo della Libreria delle donne di Milano.
Riusciamo a dire qualcosa di più, a rompere un’ortodossia
che comunque non ci porta da nessuna parte, riusciamo ad aprire
la nostra testa a parole e a idee inedite? Insomma, il punto
non è immediatamente il comunicare agli altri, quanto
invece il riuscire a mettere in parola qualcosa che ancora non
ha voce. Perché questo è l’impegno maggiore
di Via Dogana dalle origini.
da UNA CITTA’ n. 114 luglio-agosto 2003
LINGUA CORRENTE Da qui, abbreviando molto, ci è venuta
l’idea di un possibile cambiamento, nel senso di dare
un ascolto più libero al significarsi del nostro essere
donne/uomini, senza preclusione verso il linguaggio corrente.
E di restare “terra terra” come fa l’acqua
che scorre dai monti al mare irrigando la crosta terrestre.
da VIA DOGANA n. 67 dicembre 2003
C’è una perdita in questo spostamento? Forse sì,
forse no; quello che io ho in mente è un guadagno e chissà
che non ci sia veramente. Sicuramente c’è una serie
di rinunce, due almeno. Si rinuncia a lottare perché
il mondo che cambia si autorappresenti con il mio linguaggio:
se vorrà farlo, tanto meglio, altrimenti non importa.
Inoltre, c’è la rinuncia ad una comunicazione preferenziale
con quelle che la pensano come me e all’identità
che si ha grazie a questa comunicazione. Non rinuncio, invece,
ad essere me stessa né a ricordare il passato, ma, persa
la comunicazione preferenziale, perso il “noi”,
diventerà difficile sapere che cosa tutto questo significhi.
Dipenderà, come tu dici, dall’interazione. Forse,
mi dico, si perderanno idee preziose, purché non si perda
la cosa più preziosa che abbiamo conosciuto con il femminismo,
le relazioni tra donne, relazioni tra donne non mediate da uomini,
intendo.
da LEGGENDARIA n. 43 marzo 2004
Il manifesto dell'altro Islam per passare
"dalla lotta di liberazione a quella per la libertà"
Un testo coraggioso, che ha tra i suoi promotori Wassyla Tamzali,
avvocata, che vive tra Algeri e Parigi Il manifesto si schiera
contro l'antisemitismo, l'omofobia e la misoginia. E' la prima
volta che la società civile francese "di cultura musulmana"
prende la parola per denunciare l' utilizzo della religione, nelle
sue interpretazioni più retrive, per fare arretrare le
conquiste sociali e di libertà di donne e uomini. Il manifesto
è stato pubblicato da Libération in Francia e dal
quotidiano marocchino Libération, censurato della parte
che riguarda l'omofobia.
A cura di Stefania Vulterini
MANIFESTO
Essere di cultura musulmana e Contro
la misoginia,
l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
Ritrovare la forza di una laicità viva
Noi donne e uomini di cultura musulmana, credenti, agnostici
o atei, denunciamo vigorosamente le dichiarazioni e gli atti
di misoginia, di omofobia e di antisemitismo di cui siamo stati
testimoni in questi ultimi tempi in Francia, e che sono stati
commessi in nome dell’Islam. E' questa , a nostro parere,
la manifestazione di una trilogia caratteristica dell’islam
politico che infierisce da parecchio tempo su molti dei nostri
paesi di origine e contro cui abbiamo lottato e siamo ancora
determinati a combattere.
La parità tra i sessi, una premessa alla democrazia
Convinti sostenitori della parità dei diritti tra i sessi,
combattiamo l’oppressione di cui sono vittime le donne
sottomesse a dei codici di statuto personale, come in Algeria
(su questo punto, i recenti progressi verificatisi in Marocco
rendono ancora più critico il ritardo algerino), e talvolta
anche in Francia, tramite le convenzioni bilaterali. Siamo convinti
che la democrazia non può esistere senza parità
dei diritti. Ed è in questo contesto che sosteniamo,
senza nessuna ambiguità, la campagna “20 ans, barakat!”
(20 anni, basta!) avviata dalle associazioni di donne algerine
che raggiungerà il suo picco nel marzo 2004 e che chiede
la soppressione definitiva del codice di famiglia, contro cui
le donne lottano da vent’anni. E’ anche per questo
motivo che ci opponiamo al velo islamico, qualunque sia la posizione
di ciascuno di noi sull’opportunità di una legge
che, oggi, lo vieta nelle scuole in Francia . Abbiamo visto,
in diversi paesi, amiche o persone vicine subire violenze e
anche la morte perché rifiutavano di portare il velo
e diciamo che, se è vero che il fiorire attuale di donne
velate in Francia ha trovato un terreno fertile nelle discriminazioni
di cui i figli dell’immigrazione sono vittime, in nessun
caso, vi ha trovato una causa e di certo non un richiamo alla
tradizione maghrebina: c’è dietro questa cosiddetta
“scelta” che rivendicano un certo numero di ragazze
velate, davvero una volontà di promuovere una società
politica islamista che si appoggia su una ideologia militante,
particolarmente attiva, basata su valori che rigettiamo.
Alt all’omofobia
Per gli islamisti – come per tutti i maschilisti
ed integralisti – “essere un uomo” significa
aver potere sulle donne, compreso il potere sessuale. Per loro
un uomo favorevole alla parità tra i sessi è potenzialmente
un sotto-uomo, un "frocio". Questo modo di pensare
è ricorrente fin dalla crescita dell’islamismo
politico e la sua ferocia può solo essere equiparata
alla sua ipocrisia. Uno degli organizzatori della manifestazione
di sabato 17 gennaio 2004 in favore del velo dichiarava che
“è scandaloso che la gente si senta disturbata
dal velo islamico e non s’indigni per l’omosessualità":
per lui, ovviamente, una società virtuosa è una
società che rinchiude le donne dietro i veli e gli omosessuali
dietro le sbarre, come si è visto in Egitto.
Tremiamo quando pensiamo a quello che queste teorie, se dovessero
trionfare, significherebbero per gli “ spudorati”
che sono le donne non velate, gli omosessuali o i miscredenti.
Noi crediamo, al contrario, che il riconoscimento dell’esistenza
dell’omosessualità e la libertà per gli
omosessuali di vivere la loro vita come vogliono è un
innegabile progresso: dal momento che un individuo non contravviene
alle leggi che proteggono i minorenni, le scelte sessuali di
ciascuno riguardano l'individuo stesso ed in nessun caso lo
Stato.
Contro l’antisemitismo
Per finire, condanniamo con la più grande fermezza
le affermazioni antisemite veicolate dai discorsi proferiti
in questi ultimi tempi in nome dell’Islam. Come le donne
“spudorate” e gli omosessuali, gli ebrei sarebbero
da distruggere: “hanno tutto , e noi niente”, si
è sentito dire nella manifestazione del 17 gennaio. Vediamo
qui, all'opera, la strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese
da parte dei movimenti integralisti a beneficio dell’antisemitismo
più spaventoso. Malgrado la nostra opposizione all'attuale
politica del governo israeliano, rifiutiamo di nutrire una visione
arcaica e fantasmatica dell' “Ebreo” utilizzando
a questo fine il conflitto storico e reale tra due popoli; riconosciamo
il diritto all’esistenza di Israele, così come
l'ha riconosciuto il congresso dell’OLP svoltosi ad Algeri
nel 1998 e il vertice della Lega araba tenutosi a Beirut nel
2002; ed è nell’ambito di questo ripetuto riconoscimento
che rientra il nostro sostegno al diritto del popolo palestinese
di fondare uno Stato e ottenere l'evacuazione dei Territori
occupati.
Una laicità viva
Siamo coscienti che l’Islam non è sufficientemente
riconosciuto in Francia e che mancano i luoghi di preghiera,
i cappellani e i cimiteri. Siamo coscienti che i giovani francesi
di genitori immigrati subiscono un ritardo considerabile nella
promozione sociale e una discriminazione che tutti gli osservatori
sociali hanno confermato e che l’idea di laicità
“alla francese” non ha quasi più nessun valore
per loro.
Di fronte a questa perdita di valore, due sono le vie che questi
giovani possono scegliere: o ritrovare la forza di una laicità
viva, vale a dire, di una azione politica nel quotidiano per
fare avanzare i loro diritti e rivendicare quelli per i quali
si sono battuti i loro padri e madri, i quali appartenevano
a classi sociali, culture, popoli e nazioni prima di appartenere
all’Islam; oppure riconoscersi in una umma (comunità)
fittizia e informatizzata che non ha più niente a che
vedere con la realtà che li circonda e che si fregia
di orpelli repubblicani o terzomondisti per meglio delineare
una società disuguale, repressiva ed intollerante. Questa
seconda via non può essere la nostra.
(Traduzione dal francese di Nicole Choisi)
Per firmare il manifesto,
per tutti i contatti ed informazioni:
pcmha@noos.fr (O6 81 60 65 43)
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