Dal primo di marzo abbiamo avviato, pubblicandola nel sito della Casa Internazionale delle Donne, una rassegna di articoli e riflessioni di donne e femministe di varie appartenenze e generazioni che, dall’inizio della pandemia, hanno affrontato con diversi punti di vista e riflessioni il terremoto emotivo e materiale che stiamo vivendo e soprattutto, le prospettive di vita e organizzazione sociale che da questo potranno originare.

Abbiamo inteso proporre in questo modo, nella tempesta di comunicati, bollettini e fuorvianti esternazioni di esperti improvvisati (per lo più uomini), che ci ha inondato, delle pause di ascolto e riflessione.

Avevamo la necessità di costruire chiavi di comprensione delle condizioni strutturali, economiche, politiche, culturali e sociali che ci hanno portato a questa catastrofe. Pensavamo allora e siamo più che mai convinte che c’è bisogno della sensibilità, dell’esperienza e delle competenze delle donne per cominciare a pensare oggi, insieme, modi di vivere, abitare, viaggiare, fabbricare merci, consumare, educare e relazionarsi.

Ci vengono proposte, invece, task force al maschile di esperti di quella “normalità” che questo disastro lo ha provocato, producendo a livello globale l’esubero incontrollabile di “esseri umani e cose”: miliardi di vite di scarto e tonnellate di merci inutili e montagne di rifiuti e scorie inquinanti che loro chiamano modernità.

Come sanno bene coloro che ci hanno seguito, abbiamo raccolto in questi due mesi un numero notevole di articoli, selezionati da giornali, riviste, blog online diretti da donne femministe o da donne impegnate a valorizzare competenze e diritti delle donne. Abbiamo anche seguito altri giornali che erano più vicini al nostro modo di sentire in tutto una quarantina di fonti.

È stato un lavoro appassionante e impegnativo, a volte reso affannoso dalla rincorsa quotidiana della crescente produzione di articoli, selezionati tra le fonti da noi prescelte e tra quelli segnalati da amiche e lettrici.
L’elevato numero, più di 500, di testi raccolti nella rassegna “Le parole per dirlo” ci ha portato ad inserire per ciascun articolo una parola chiave* che accompagni e faciliti le letture. Una scelta difficile, forse spesso inevitabilmente discrezionale, dato l’intreccio e la molteplicità dei temi trattati.

Oggi vorremmo andare oltre: crediamo che sia necessario mettere ordine e trovare senso a questa straordinaria raccolta di argomenti e narrazioni, riprendere con maggiore calma la lettura di alcuni testi particolarmente intensi e ricchi di stimoli.

Iniziamo con le prime riflessioni di due compagne che ci sono state vicine in questo lavoro: Isabella Peretti e Francesca Kock che ringraziamo, come ringraziamo Marialuisa Boccia che ci ha accompagnato fino a qui.

Questo lavoro vorremmo estenderlo, chiedendo a quelle che più ci hanno seguito di esprimere le loro riflessioni, gli articoli più condivisibili, i fili comuni emersi.

Raccoglieremo e pubblicheremo i contributi che ci invierete e costruiremo storia e memoria di questo periodo guardando verso un futuro

La rassegna continuerà in una forma più contenuta, riducendo una parte delle fonti utilizzate e focalizzando l’attenzione su alcuni dei temi che ci sembrano più significativi.

Il gruppo di redazione: Maria Brighi, Marina del Vecchio, Laura Ferrari Ruffino.

Aggiornamenti

Distanza, prossimità e socialità ai tempi del nuovo coronavirus

mercoledì 11 Marzo 2020

Caterina Botti

Relazioni

Dunque c’è questo evento nuovo per molti aspetti. Ne vorrei indagare uno.
Ci dicono di mantenere le distanze, di rinunciare alle relazioni, alla socialità, di stare a casa.
Vorrei provare a sostenere che, al contrario di quel che può sembrare a prima vista, mantenere le distanze può essere, o perfino è, un modo per accorciarle, per sentire vicino chi ci è lontano; che rinunciare alle relazioni in presenza, alla vicinanza fisica degli altri (per quanto si può), può essere un modo per sentirsi più in relazione con gli altri e non meno, per sentire la comunanza di una condizione, la sua dimensione per l’appunto comune o sociale, per non sentirsi sole e soli.
È una questione di sguardi, delle lenti con cui guardiamo il mondo e ciò che (ci) accade, delle parole con cui lo significhiamo.

Nove marzo duemilaventi

lunedì 9 Marzo 2020

Mariangela Gualtieri

Cultura

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
[…]

L’epidemia e il bisogno di costruire un pensiero sulla fragilità

sabato 7 Marzo 2020

Emma Gainsforth

Psicologia

Pensare la fragilità, la cura e la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri richiede di abbandonare le narrazioni tossiche biopolitiche, abiliste e ideologiche

La paura di morire

sabato 7 Marzo 2020

Vanessa Bilancetti

Psicologia

La paura di morire aleggia nell’aria delle città in quarantena, un grande rimosso delle società occidentali dove il bombardamento di immagini di persone belle, giovani e sane ci lasciano senza riflessione sulla sofferenza, la malattia e la fine della vita

Il coronavirus non imporrà un regime, ma un’occasione per riscoprire sé stessi

sabato 7 Marzo 2020

Lea Melandri

Psicologia

In uno dei capitoli che compaiono nell’antologia della rivista L’erba voglio. Il desiderio dissidente (Derive & Approdi, 2018), scrivevamo di voler avere «un occhio anche di fuori, di lato, sotto il tavolo delle discussioni e dei dibattiti». È quello che vorrei fare dopo aver letto, in questi giorni di forzato isolamento, le interpretazioni e i commenti più diversi sull’epidemia che sta allarmando l’Italia e altri paesi del mondo.

Coronavirus: è una crisi, non un’emergenza

martedì 3 Marzo 2020

Gaia Benzi

Cultura

ll paradigma biopolitico e medicalizzante esiste. Ma appare debole, tutt’altro che totalitario. La storia insegna che dovremmo cogliere le contraddizioni del potere per difendere il diritto alla salute e convivere al meglio con l’epidemia.

Una cura per il commercio globale

lunedì 2 Marzo 2020

Monica Di Sisto

Economia

Mai come ora, di fronte al Covid, è urgente ricondurre il commercio globale in una strategia che metta al centro dell’agenda politica nazionale ed europea la giustizia sociale, la possibilità di lavorare e sostenersi dignitosamente, e la giustizia ambientale, la possibilità di avere un futuro sul pianeta.

Elogio del mostro (e dell’amore) in un pianeta infetto

domenica 1 Marzo 2020

Cristina Morini

Politica

Sopravvivere su un pianeta infetto è il sottotitolo scelto per l’edizione italiana dell’ultimo libro di Donna Haraway, Chthulucene. E, in effetti, a guardarla da ora e qui, al centro del fragore della info-infezione da virus Covid-19, visionaria appare la scelta dell’editore Nero, nel tradurre dall’originale inglese Staying with the Trouble. Abbiamo il problema, senz’altro. Ma, pur senza evocare scenari catastrofici, anzi, proprio allo scopo di apprendere una consapevolezza duratura, siamo di fronte a un dilemma drammatico, laddove il coronavirus rappresenta l’ennesimo (e perturbante) sintomo di una crisi di smisurata profondità, poiché ha a che vedere con la sopravvivenza delle specie viventi su Gaia. La nostra, umana, insieme alle altre.